Ragionare in termini di scala non significa pensare in termini di grandezza o di dimensione. La grandezza è il maggiore o minore volume di una cosa: una dimensione oggettiva, misurabile e quantificabile, definibile in termini di altezza, profondità, estensione. Al contrario, la scala di un oggetto della realtà che abitiamo – e l’architettura è uno di questi – possiede un significato più profondo. La scala è una relazione. Ciascun oggetto della realtà ha misure costanti e precise, ma la sua scala dipende da una scelta, tradizionalmente riconosciuta nel principio di similitudine, che è un rapporto. In architettura, la scala può essere intesa, tra l’altro, come intensità delle relazioni instaurate con un contesto; come concetto progettuale che riassume le conseguenze della variazione dimensionale; come messa in tensione, operata dalla composizione, tra queste due condizioni. Essa rimanda inoltre all’uso dell’“essere in scala” o, al contrario, dell’“essere fuori scala”, quali fondamenti dell’architettura di ogni epoca. Non solo. Nel tempo presente, il significato di scala in architettura si è trasformato, ampliandosi a corpi e paesaggi nei quali non esiste un’unica scala: ve ne sono molte, oppure la scala stessa si presenta come ambigua. Se nel mondo fisico è la gravità a controllare la forma degli organismi, nell’articolazione figurativa dello spazio una funzione analoga può essere attribuita alle leggi della percezione – statica e in movimento – che assegnano una scala allo spazio attraverso il riconoscimento delle relazioni tra le parti e gli elementi che lo definiscono. La scala diventa così materiale e strumento del comporre. Ne deriva che “al di là della sua semplice funzione metrica, come relazione fra la dimensione delle cose e il loro significato […] la scala, così intesa, si riferisce sempre al senso con cui le cose, naturali o artificiali, sono osservate”.

Scala. Contesto Concetto Composizione

Zecchin, L.
2026-01-01

Abstract

Ragionare in termini di scala non significa pensare in termini di grandezza o di dimensione. La grandezza è il maggiore o minore volume di una cosa: una dimensione oggettiva, misurabile e quantificabile, definibile in termini di altezza, profondità, estensione. Al contrario, la scala di un oggetto della realtà che abitiamo – e l’architettura è uno di questi – possiede un significato più profondo. La scala è una relazione. Ciascun oggetto della realtà ha misure costanti e precise, ma la sua scala dipende da una scelta, tradizionalmente riconosciuta nel principio di similitudine, che è un rapporto. In architettura, la scala può essere intesa, tra l’altro, come intensità delle relazioni instaurate con un contesto; come concetto progettuale che riassume le conseguenze della variazione dimensionale; come messa in tensione, operata dalla composizione, tra queste due condizioni. Essa rimanda inoltre all’uso dell’“essere in scala” o, al contrario, dell’“essere fuori scala”, quali fondamenti dell’architettura di ogni epoca. Non solo. Nel tempo presente, il significato di scala in architettura si è trasformato, ampliandosi a corpi e paesaggi nei quali non esiste un’unica scala: ve ne sono molte, oppure la scala stessa si presenta come ambigua. Se nel mondo fisico è la gravità a controllare la forma degli organismi, nell’articolazione figurativa dello spazio una funzione analoga può essere attribuita alle leggi della percezione – statica e in movimento – che assegnano una scala allo spazio attraverso il riconoscimento delle relazioni tra le parti e gli elementi che lo definiscono. La scala diventa così materiale e strumento del comporre. Ne deriva che “al di là della sua semplice funzione metrica, come relazione fra la dimensione delle cose e il loro significato […] la scala, così intesa, si riferisce sempre al senso con cui le cose, naturali o artificiali, sono osservate”.
2026
9788891669070
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