Il saggio esamina il rapporto tra bellezza e imperfezione nel gesto sportivo, muovendo dalla provocazione di Michael Sandel sull'ipotesi di un atleta bionico infallibile. Il contributo sostiene che la bellezza atletica non si fonda sulla perfezione tecnica ma sulla finitudine costitutiva dell'umano. Da questo punto di vista, la fragilità rappresenta una condizione estetica, non un difetto da eliminare, poiché rende visibile e significativo il rischio del fallimento su cui si staglia la riuscita. Attraverso la distinzione tra evento e funzione (con riferimento a MacIntyre) e tra regole costitutive e beni esterni (con riferimento a Suits), il saggio argomenta che il valore della prestazione sportiva non risiede nel risultato misurabile, bensì nella capacità di rivelare l'eccellenza umana entro un limite dato. Su questa base il saggio distingue bello estetico e bello morale, convergenti nel gesto sportivo quando la forma esteriore riflette la bontà dell'intenzione, e propone un'estetica della misura contrapposta a un'estetica dell'efficienza. La riflessione si chiude su un'implicazione pedagogica: la responsabilità educativa di coltivare, contro la cultura del record e il rischio di "hybris tecnologica", una paideia del limite capace di tenere insieme libertà e vulnerabilità.

La bellezza nell’imperfezione

luca grion
2026-01-01

Abstract

Il saggio esamina il rapporto tra bellezza e imperfezione nel gesto sportivo, muovendo dalla provocazione di Michael Sandel sull'ipotesi di un atleta bionico infallibile. Il contributo sostiene che la bellezza atletica non si fonda sulla perfezione tecnica ma sulla finitudine costitutiva dell'umano. Da questo punto di vista, la fragilità rappresenta una condizione estetica, non un difetto da eliminare, poiché rende visibile e significativo il rischio del fallimento su cui si staglia la riuscita. Attraverso la distinzione tra evento e funzione (con riferimento a MacIntyre) e tra regole costitutive e beni esterni (con riferimento a Suits), il saggio argomenta che il valore della prestazione sportiva non risiede nel risultato misurabile, bensì nella capacità di rivelare l'eccellenza umana entro un limite dato. Su questa base il saggio distingue bello estetico e bello morale, convergenti nel gesto sportivo quando la forma esteriore riflette la bontà dell'intenzione, e propone un'estetica della misura contrapposta a un'estetica dell'efficienza. La riflessione si chiude su un'implicazione pedagogica: la responsabilità educativa di coltivare, contro la cultura del record e il rischio di "hybris tecnologica", una paideia del limite capace di tenere insieme libertà e vulnerabilità.
2026
9791224412380
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