L’articolo esamina due elaborazioni letterarie, di Claudio Magris e di Ante Zemljar, del tema di Goli otok (L’Isola Calva), il campo di detenzione istituito al tempo dello scontro del partito comunista jugoslavo con il Cominform. La precoce trasformazione dell’utopia socialista nell’antiutopia insulare ha interessato la pubblicistica e la letteratura italiana anche per il cospicuo numero dei prigionieri italiani. Del recente romanzo di Claudio Magris, Alla cieca (Garzanti, 2005) all’autrice interessa l’esplicita problematizzazione del concetto del racconto autobiografico, inteso come elaborazione terapeutica di un’esperienza traumatica. Attraverso la “confessione” del suo molteplice personaggio, Magris fa sentire il disagio, o più propriamente la vergogna del soggetto che si esprime in prima persona (su tale vergogna l’autrice si avvale dell’analisi di G. Agamben), e lo scetticismo riguardo alla veridicità della sua testimonianza; il soggetto, secondo la linguistica postmoderna, è interamente costituito attraverso il discorso, e perciò nel discorso non si può esprimere. Costringendo i propri personaggi all’elaborazione del loro trauma, Magris allo stesso tempo li rende coscienti della natura ventriloqua del loro racconto, attribuendo il richiamo a cui essi rispondono a un’istanza autoritaria (medico, ispettore di polizia) analoga allo schema di Althusser. Tale coscienza porta il personaggio-paziente a continue crisi narrative in cui lui si sente contemporaneamente soggetto e oggetto della narrazione (Barthes). Queste crisi, veri e propri acting out che “testimoniano l’impossibilità di testimoniare” (Cathy Caruth), trasmettono il disagio al lettore stesso, rimasto solo a rispondere alla domanda finale del romanzo “Caro Ulcigrai, come andiamo?”, dopo che il paziente-narratore ha abbandonato la propria stanza-autobiografia. Il richiamo delle vittime della storia recente è il motivo martellante dell’intero opus dell’autore croato Ante Zemljar, che per tutta la vita non abbandona l’obiettivo di trovare una forma adeguata alla narrazione del trauma - sia quello di Goli otok, subito da lui stesso, che quello delle vittime serbe ed ebree nel campo di concentramento ustascia sull’isola di Pago. La testimonianza di Zemljar va dalle poesie scritte durante la prigionia, in cui prevale l’uso sperimentale del linguaggio, con elementi di surrealismo ed ermetismo, ai racconti scritti in seguito, in cui l’imperativo dell’elaborazione porta l’autore alla rivalutazione del documentarismo (a proposito del quale nel presente articolo si cita il giudizio di Agamben sui mussulmani di Aldo Carpi) e del tipico “realismo traumatico”. Lo stesso imperativo impone a Zemljar di superare e quasi ignorare il maggiore ostacolo alla narrativizzazione dell’esperienza di Goli otok, costituito da un’enorme estensione della “zona grigia” (come cinico esperimento della futura utopica autogestione jugoslava, l’antiutopia di Goli otok era quasi completamente gestita da prigionieri stessi). L’incertezza del proprio ruolo di soggetto/oggetto impedisce l’elaborazione dell’esperienza, e Zemljar la supera trovando nel mondo dell’isola infernale gesti di solidarietà, compassione ed eroismo. L’etica di Zemljar è vicina al concetto di responsabilità di Hans Jonas (in cui Agamben vede il pericolo dell’allontanamento dall’area giuridica), alla quale viene richiamato anche il suo lettore nei frequenti appelli che caratterizzano questa letteratura di testimonianza. Il destino di Zemljar, che ancora negli anni Novanta dovette subire delle umiliazioni, dimostra che le vittime di Goli otok attendono ancora chi ascolti la loro voce.

Dragi čitatelju, kako smo danas? Goli otok u talijanskoj i hrvatskoj književnosti

BADURINA, Natka
2006

Abstract

L’articolo esamina due elaborazioni letterarie, di Claudio Magris e di Ante Zemljar, del tema di Goli otok (L’Isola Calva), il campo di detenzione istituito al tempo dello scontro del partito comunista jugoslavo con il Cominform. La precoce trasformazione dell’utopia socialista nell’antiutopia insulare ha interessato la pubblicistica e la letteratura italiana anche per il cospicuo numero dei prigionieri italiani. Del recente romanzo di Claudio Magris, Alla cieca (Garzanti, 2005) all’autrice interessa l’esplicita problematizzazione del concetto del racconto autobiografico, inteso come elaborazione terapeutica di un’esperienza traumatica. Attraverso la “confessione” del suo molteplice personaggio, Magris fa sentire il disagio, o più propriamente la vergogna del soggetto che si esprime in prima persona (su tale vergogna l’autrice si avvale dell’analisi di G. Agamben), e lo scetticismo riguardo alla veridicità della sua testimonianza; il soggetto, secondo la linguistica postmoderna, è interamente costituito attraverso il discorso, e perciò nel discorso non si può esprimere. Costringendo i propri personaggi all’elaborazione del loro trauma, Magris allo stesso tempo li rende coscienti della natura ventriloqua del loro racconto, attribuendo il richiamo a cui essi rispondono a un’istanza autoritaria (medico, ispettore di polizia) analoga allo schema di Althusser. Tale coscienza porta il personaggio-paziente a continue crisi narrative in cui lui si sente contemporaneamente soggetto e oggetto della narrazione (Barthes). Queste crisi, veri e propri acting out che “testimoniano l’impossibilità di testimoniare” (Cathy Caruth), trasmettono il disagio al lettore stesso, rimasto solo a rispondere alla domanda finale del romanzo “Caro Ulcigrai, come andiamo?”, dopo che il paziente-narratore ha abbandonato la propria stanza-autobiografia. Il richiamo delle vittime della storia recente è il motivo martellante dell’intero opus dell’autore croato Ante Zemljar, che per tutta la vita non abbandona l’obiettivo di trovare una forma adeguata alla narrazione del trauma - sia quello di Goli otok, subito da lui stesso, che quello delle vittime serbe ed ebree nel campo di concentramento ustascia sull’isola di Pago. La testimonianza di Zemljar va dalle poesie scritte durante la prigionia, in cui prevale l’uso sperimentale del linguaggio, con elementi di surrealismo ed ermetismo, ai racconti scritti in seguito, in cui l’imperativo dell’elaborazione porta l’autore alla rivalutazione del documentarismo (a proposito del quale nel presente articolo si cita il giudizio di Agamben sui mussulmani di Aldo Carpi) e del tipico “realismo traumatico”. Lo stesso imperativo impone a Zemljar di superare e quasi ignorare il maggiore ostacolo alla narrativizzazione dell’esperienza di Goli otok, costituito da un’enorme estensione della “zona grigia” (come cinico esperimento della futura utopica autogestione jugoslava, l’antiutopia di Goli otok era quasi completamente gestita da prigionieri stessi). L’incertezza del proprio ruolo di soggetto/oggetto impedisce l’elaborazione dell’esperienza, e Zemljar la supera trovando nel mondo dell’isola infernale gesti di solidarietà, compassione ed eroismo. L’etica di Zemljar è vicina al concetto di responsabilità di Hans Jonas (in cui Agamben vede il pericolo dell’allontanamento dall’area giuridica), alla quale viene richiamato anche il suo lettore nei frequenti appelli che caratterizzano questa letteratura di testimonianza. Il destino di Zemljar, che ancora negli anni Novanta dovette subire delle umiliazioni, dimostra che le vittime di Goli otok attendono ancora chi ascolti la loro voce.
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