Le ricostruzioni che seguono ad una catastrofe naturale sono fondamentali nell’evidenziare non solo capacità politico-economiche e tecnico-organizzative di un paese o di una regione ma anche più generali visioni del mondo. I terremoti, per esempio, aprono squarci devastanti negli edifici e nel cuore delle persone colpite ma le ricostruzioni aprono squarci profondi sul nostro modo di concepire il rapporto uomo-natura, uomo-territorio e mettono a nudo fino in fondo ciò che siamo e ciò che vogliamo (e possiamo) essere come “abitanti della terra”. L’Urbanistica non può ignorare questa prospettiva. Anzi, facendola sua fino in fondo, può arricchirsi di uno spessore etico e filosofico che troppo spesso le fa difetto. Costruire le basi per una tassonomia delle ricostruzioni, che ancora manca, potrebbe essere, dunque, una prospettiva disciplinare assai interessante. Il paper, prende inoltre atto del ritardo storico dello Stato italiano nell’indirizzare le ricostruzioni (e con esse diritti e doveri dello Stato e dei cittadini prima e dopo una catastrofe naturale) in un ridefinito patto fondamentale per una vita sicura e sostenibile nel territorio. Contemporaneamente ci si chiede se il “Modello Friuli” di ricostruzione post-terremoto (1976) possa essere recuperato dal suo stato di “unicum” rimosso, dalla coscienza storica del Paese, per diventare “exemplum” di un approccio, coerentemente “civile”, di ricostruzione.

Verso ricostruzioni finalmente “civili”. Per una critica delle “sperimentazioni” statali sulla pelle dei sinistrati.

Sandro Fabbro
2017-01-01

Abstract

Le ricostruzioni che seguono ad una catastrofe naturale sono fondamentali nell’evidenziare non solo capacità politico-economiche e tecnico-organizzative di un paese o di una regione ma anche più generali visioni del mondo. I terremoti, per esempio, aprono squarci devastanti negli edifici e nel cuore delle persone colpite ma le ricostruzioni aprono squarci profondi sul nostro modo di concepire il rapporto uomo-natura, uomo-territorio e mettono a nudo fino in fondo ciò che siamo e ciò che vogliamo (e possiamo) essere come “abitanti della terra”. L’Urbanistica non può ignorare questa prospettiva. Anzi, facendola sua fino in fondo, può arricchirsi di uno spessore etico e filosofico che troppo spesso le fa difetto. Costruire le basi per una tassonomia delle ricostruzioni, che ancora manca, potrebbe essere, dunque, una prospettiva disciplinare assai interessante. Il paper, prende inoltre atto del ritardo storico dello Stato italiano nell’indirizzare le ricostruzioni (e con esse diritti e doveri dello Stato e dei cittadini prima e dopo una catastrofe naturale) in un ridefinito patto fondamentale per una vita sicura e sostenibile nel territorio. Contemporaneamente ci si chiede se il “Modello Friuli” di ricostruzione post-terremoto (1976) possa essere recuperato dal suo stato di “unicum” rimosso, dalla coscienza storica del Paese, per diventare “exemplum” di un approccio, coerentemente “civile”, di ricostruzione.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11390/1123091
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