L’occupazione di Fiume da parte di D’Annunzio: verso una memoria transnazionale Nel presente lavoro si analizza la memoria dell’”impresa di Fiume” nel discorso pubblico italiano odierno, nel contesto dei cambiamenti avvenuti nelle politiche della memoria europee dopo il 1989. Si osserva in particolare l’interpretazione diffusa di questo evento come di una festa libertaria, di un’allegra rivoluzione. Nella seconda parte dell’articolo si presentano alcuni documenti e testimonianze, custoditi in prevalenza nell’Archivio di stato a Fiume, che smentiscono tale interpretazione, nel desiderio di contribuire con ciò alla costruzione di una memoria più completa e transnazionale. Il lavoro è stato scritto in base all’intervento fatto al convegno Fiume 1919-2019. Un centenario europeo tra identità, memorie e prospettive di ricerca. Convegno internazionale di studi sull’impresa fiumana, che ha avuto luogo al Vittoriale degli italiani dal 5 al 7 settembre 2019, e mantiene la prospettiva di un dialogo con la comunità accademica italiana. L’interpretazione europea dell’eredità traumatica del ventesimo secolo ha subito un cambiamento importante dopo il 1989. Dopo la caduta dei regimi comunisti la visione della storia basata sull’antifascismo e resistenza, sulla quale si fondava una specie di memoria condivisa durante la guerra fredda, è stata sottoposta a una revisione critica dalla parte del cosidetto discorso anti-antifascista. Due sono i risultati di questo processo che risultano rilevanti per la riflessione sulla memoria di D’Annunzio. In primo luogo, la storia della seconda guerra mondiale è diventata sempre di più un racconto limitato alle singole nazioni nel quale il conflitto tra le nazioni è diventato più importante del conflitto ideologico nazionalmente trasversale. Secondo, mentre il conflitto tra il fascismo e l’antifascismo perdeva la sua centralità nella memoria del Novecento, acquistava sempre più importanza la visione dello scontro tra la democrazia da una parte e i due totalitarismi dall’altra. La critica del comunismo reale nei decenni precedenti al 1989 si faceva più forte in particolari momenti storici. Uno di questi fu l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’Unione sovietica nel 1968, che coincise con il movimento studentesco nell’Europa occidentale. In quegli anni la vulgata antifascista in Italia subiva critiche da due versanti diversi: da una parte dalla Nuova sinistra, che in tale vulgata non vedeva sufficientemente rappresentata la lotta di classe e la rivoluzione dal basso, e dall’altra parte da una storiografia conservatrice e critica del “paradigma antifascista” che sottolineava la capacità del fascismo di attivare un consenso plebiscitario. Il periodo successivo al 1968 è anche l’epoca in cui Renzo De Felice inserisce nella sua interpretazione dell’episodio fiumano l’idea del paragone con a lui contemporanei eventi parigini. Le sopra menzionate osservazioni riguardo al clima del dopo 1968 ci permettono di capire meglio la nascita e la fortuna di questa interpretazione. L’episodio fiumano offriva ottimi argomenti sia a chi voleva rivalutare lo spirito populista e “socialista” del fascismo ante litteram (ai tempi di De Felice il fiumanesimo era ancora fortemente segnato dall’appropriazione che ne fece il fascismo stesso), sia a chi voleva colpire il comunismo ortodosso con una critica da sinistra. In un simile ambito di idee si trovano anche le ragioni della fortuna odierna dell’interpretazione di De Felice. Si tratta di autori che si inseriscono sia nella storiografia divulgativa conservatrice (Giordano Bruno Guerri), sia nel contesto delle letture dell’impresa in chiave libertaria e anarchica (Claudia Salaris). Contrariamente a questa interpretazione, nel presente lavoro si presentano testimonianze e documenti che smentiscono la tesi sul totale appoggio e partecipazione dei Fiumani alla festa dannunziana. La ricerca non si è limitata alle testimonianze dei croati, ma ha incluso tutti i cittadini che non condividevano il programma politico di D’Annunzio e i quali per questo motivo subissero varie forme di discriminazione. Si tiene conto della fluidità delle appartenenze nazionali tipica per una zona di confine, e a questo proposito si cita l’esempio dei fratelli Rikard Lenac e Gemma Harasim, che non ebbero la stessa appartenenza nazionale (lui si considerava croato, lei italiana), ma avevano una comune visione di rapporti dialogici e tolleranti fra le nazioni, così come condividevano idee progressiste sulla società e una visione razionale della politica, totalmente contraria alle esagerazioni nazionalistiche come quelle di D’Annunzio. Varie forme di discriminazione dei non-italiani (e comunque di chi non parteggiava per l'annessione all'Italia) erano iniziate già nel novembre 1918, con l'arrivo delle truppe alleate, all'interno delle quali le forze militari italiane avevano trovato il modo di fare prevalere le loro istanze in accordo con le amministrazioni locali filoitaliane. A Fiume si trattò di licenziamenti da uffici pubblici e da fabbriche, di espulsioni dalla città, di attacchi alle insegne e vetrine dei negozi croati, di ritiro di licenze di lavoro, di rilascio discriminatorio dei certificati industriali e in genere di un controllo politico della vita civile e di un'atmosfera di intimidazione che aveva come scopo quello di diminuire il numero degli oppositori politici e nazionali tra gli abitanti del territorio occupato. Particolare attenzione nel presente lavoro è dedicata alla comunità di esuli fiumani (e anche istriani e dalmati) che hanno trovato rifugio a Zagabria, dove pubblicavano in italiano il giornale L'Adriatico jugoslavo, di chiaro orientamento filojugoslavo, ma anche di un'ampia concezione umanistica dei rapporti culturali italo-croati. Dalla prospettiva dei non italiani di Fiume l'arrivo di D'Annunzio nel settembre 1919 è vissuto più come una continuazione che non una grande svolta. Non c'è un salto qualitativo, ma c'è un'intensificazione delle discriminazioni. La „Vedetta d'Italia“, organo principale del governo dannunziano, fa una campagna d'odio senza mezzi termini e si crea un'atmosfera di „caccia al croato“. Si intensifica l'esodo dalla città, e il „Comitato per i fuggiaschi“ comincia a tenere un registro, oggi prezioso documento. Nel presente lavoro le discriminazioni sono definite con il termine di violenza, intesa nel senso più largo di quello abitualmente applicato nelle statistiche delle vittime, ovvero come tutto ciò che causava sofferenza all’altro, anche quando (e soprattutto quando) quest’altro non aveva diritto alla propria voce nella storia. Ampie ricerche storiche e archivistiche recentemente svolte da Dominique Reill hanno dimostrato che la città sopravviveva appoggiandosi sulle strutture rimanenti del vecchio regime, e tramortita aspettava che la tempesta passasse. E’ lampante quanto questo quadro fosse diverso dalle allegre e variopinte testimonianze degli arditi. Le due prospettive richiederebbero di essere integrate. La comunità scientifica italiana dimostra interesse per le esperienze dei croati, ma la domanda che in questo tentativo si pone è: se la festa è definita come plebiscitaria, quale posto in essa può spettare alle testimonianze di sofferenza e di persecuzione? A questo problema metodologico è dedicata l’ultima parte del presente lavoro, nella quale si auspica uno sguardo transnazionale sul passato comune. Contrariamente ai timori di alcuni storici, secondo i quali il sopra citato uso del concetto di violenza, insieme all’impegno di affermare le voci dei soggetti storici subalterni, potrebbe portare a una pericolosa prevalenza dell’etica sull’oggettività storica, qui si afferma la convinzione secondo la quale il principio etico è necessario sia nello studio della storia, sia nella creazione di una memoria condivisa.

D’Annunzijeva okupacija Rijeke: prema transnacionalnom pamćenju

Badurina, Natka
2020

Abstract

L’occupazione di Fiume da parte di D’Annunzio: verso una memoria transnazionale Nel presente lavoro si analizza la memoria dell’”impresa di Fiume” nel discorso pubblico italiano odierno, nel contesto dei cambiamenti avvenuti nelle politiche della memoria europee dopo il 1989. Si osserva in particolare l’interpretazione diffusa di questo evento come di una festa libertaria, di un’allegra rivoluzione. Nella seconda parte dell’articolo si presentano alcuni documenti e testimonianze, custoditi in prevalenza nell’Archivio di stato a Fiume, che smentiscono tale interpretazione, nel desiderio di contribuire con ciò alla costruzione di una memoria più completa e transnazionale. Il lavoro è stato scritto in base all’intervento fatto al convegno Fiume 1919-2019. Un centenario europeo tra identità, memorie e prospettive di ricerca. Convegno internazionale di studi sull’impresa fiumana, che ha avuto luogo al Vittoriale degli italiani dal 5 al 7 settembre 2019, e mantiene la prospettiva di un dialogo con la comunità accademica italiana. L’interpretazione europea dell’eredità traumatica del ventesimo secolo ha subito un cambiamento importante dopo il 1989. Dopo la caduta dei regimi comunisti la visione della storia basata sull’antifascismo e resistenza, sulla quale si fondava una specie di memoria condivisa durante la guerra fredda, è stata sottoposta a una revisione critica dalla parte del cosidetto discorso anti-antifascista. Due sono i risultati di questo processo che risultano rilevanti per la riflessione sulla memoria di D’Annunzio. In primo luogo, la storia della seconda guerra mondiale è diventata sempre di più un racconto limitato alle singole nazioni nel quale il conflitto tra le nazioni è diventato più importante del conflitto ideologico nazionalmente trasversale. Secondo, mentre il conflitto tra il fascismo e l’antifascismo perdeva la sua centralità nella memoria del Novecento, acquistava sempre più importanza la visione dello scontro tra la democrazia da una parte e i due totalitarismi dall’altra. La critica del comunismo reale nei decenni precedenti al 1989 si faceva più forte in particolari momenti storici. Uno di questi fu l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’Unione sovietica nel 1968, che coincise con il movimento studentesco nell’Europa occidentale. In quegli anni la vulgata antifascista in Italia subiva critiche da due versanti diversi: da una parte dalla Nuova sinistra, che in tale vulgata non vedeva sufficientemente rappresentata la lotta di classe e la rivoluzione dal basso, e dall’altra parte da una storiografia conservatrice e critica del “paradigma antifascista” che sottolineava la capacità del fascismo di attivare un consenso plebiscitario. Il periodo successivo al 1968 è anche l’epoca in cui Renzo De Felice inserisce nella sua interpretazione dell’episodio fiumano l’idea del paragone con a lui contemporanei eventi parigini. Le sopra menzionate osservazioni riguardo al clima del dopo 1968 ci permettono di capire meglio la nascita e la fortuna di questa interpretazione. L’episodio fiumano offriva ottimi argomenti sia a chi voleva rivalutare lo spirito populista e “socialista” del fascismo ante litteram (ai tempi di De Felice il fiumanesimo era ancora fortemente segnato dall’appropriazione che ne fece il fascismo stesso), sia a chi voleva colpire il comunismo ortodosso con una critica da sinistra. In un simile ambito di idee si trovano anche le ragioni della fortuna odierna dell’interpretazione di De Felice. Si tratta di autori che si inseriscono sia nella storiografia divulgativa conservatrice (Giordano Bruno Guerri), sia nel contesto delle letture dell’impresa in chiave libertaria e anarchica (Claudia Salaris). Contrariamente a questa interpretazione, nel presente lavoro si presentano testimonianze e documenti che smentiscono la tesi sul totale appoggio e partecipazione dei Fiumani alla festa dannunziana. La ricerca non si è limitata alle testimonianze dei croati, ma ha incluso tutti i cittadini che non condividevano il programma politico di D’Annunzio e i quali per questo motivo subissero varie forme di discriminazione. Si tiene conto della fluidità delle appartenenze nazionali tipica per una zona di confine, e a questo proposito si cita l’esempio dei fratelli Rikard Lenac e Gemma Harasim, che non ebbero la stessa appartenenza nazionale (lui si considerava croato, lei italiana), ma avevano una comune visione di rapporti dialogici e tolleranti fra le nazioni, così come condividevano idee progressiste sulla società e una visione razionale della politica, totalmente contraria alle esagerazioni nazionalistiche come quelle di D’Annunzio. Varie forme di discriminazione dei non-italiani (e comunque di chi non parteggiava per l'annessione all'Italia) erano iniziate già nel novembre 1918, con l'arrivo delle truppe alleate, all'interno delle quali le forze militari italiane avevano trovato il modo di fare prevalere le loro istanze in accordo con le amministrazioni locali filoitaliane. A Fiume si trattò di licenziamenti da uffici pubblici e da fabbriche, di espulsioni dalla città, di attacchi alle insegne e vetrine dei negozi croati, di ritiro di licenze di lavoro, di rilascio discriminatorio dei certificati industriali e in genere di un controllo politico della vita civile e di un'atmosfera di intimidazione che aveva come scopo quello di diminuire il numero degli oppositori politici e nazionali tra gli abitanti del territorio occupato. Particolare attenzione nel presente lavoro è dedicata alla comunità di esuli fiumani (e anche istriani e dalmati) che hanno trovato rifugio a Zagabria, dove pubblicavano in italiano il giornale L'Adriatico jugoslavo, di chiaro orientamento filojugoslavo, ma anche di un'ampia concezione umanistica dei rapporti culturali italo-croati. Dalla prospettiva dei non italiani di Fiume l'arrivo di D'Annunzio nel settembre 1919 è vissuto più come una continuazione che non una grande svolta. Non c'è un salto qualitativo, ma c'è un'intensificazione delle discriminazioni. La „Vedetta d'Italia“, organo principale del governo dannunziano, fa una campagna d'odio senza mezzi termini e si crea un'atmosfera di „caccia al croato“. Si intensifica l'esodo dalla città, e il „Comitato per i fuggiaschi“ comincia a tenere un registro, oggi prezioso documento. Nel presente lavoro le discriminazioni sono definite con il termine di violenza, intesa nel senso più largo di quello abitualmente applicato nelle statistiche delle vittime, ovvero come tutto ciò che causava sofferenza all’altro, anche quando (e soprattutto quando) quest’altro non aveva diritto alla propria voce nella storia. Ampie ricerche storiche e archivistiche recentemente svolte da Dominique Reill hanno dimostrato che la città sopravviveva appoggiandosi sulle strutture rimanenti del vecchio regime, e tramortita aspettava che la tempesta passasse. E’ lampante quanto questo quadro fosse diverso dalle allegre e variopinte testimonianze degli arditi. Le due prospettive richiederebbero di essere integrate. La comunità scientifica italiana dimostra interesse per le esperienze dei croati, ma la domanda che in questo tentativo si pone è: se la festa è definita come plebiscitaria, quale posto in essa può spettare alle testimonianze di sofferenza e di persecuzione? A questo problema metodologico è dedicata l’ultima parte del presente lavoro, nella quale si auspica uno sguardo transnazionale sul passato comune. Contrariamente ai timori di alcuni storici, secondo i quali il sopra citato uso del concetto di violenza, insieme all’impegno di affermare le voci dei soggetti storici subalterni, potrebbe portare a una pericolosa prevalenza dell’etica sull’oggettività storica, qui si afferma la convinzione secondo la quale il principio etico è necessario sia nello studio della storia, sia nella creazione di una memoria condivisa.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11390/1184203
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