Negli ultimi anni l’autobiografismo ha conosciuto un livello di sperimentazione senza precedenti, che ha messo in discussione tanto i presupposti teorici quanto i procedimenti formali consolidati nella tradizione letteraria. In particolare, un nuovo modello teorico di identità relazionale ha superato l’idea di un soggetto come massima autorità sul proprio conto, e si sono moltiplicate le autobiografie allografe, o scritte in collaborazione, in seconda o terza persona. Allo stesso tempo, la fiducia in una scrittura capace di restaurare il passato per interpretare il presente ha ceduto il passo a una nuova nozione di memoria performativa, per cui il ricordo non riproduce ma costruisce e mette in scena il proprio oggetto attualizzandolo in modo sempre diverso a seconda del momento, del contesto e del pubblico. Di questa temperie è espressione L’avventurosa vita di Emilio Isgrò nelle testimonianze di uomini di stato, artisti, scrittori, parlamentari, attori, parenti, familiari, amici, anonimi cittadini, scritta da lui medesimo, presentata come installazione visiva a Milano la prima volta nel 1972 e poi pubblicata come libro d’artista nel 1974: una performance della vita che dello spettacolo di sé registra solo l’effetto che ha sul pubblico. L’opera esiste cioè nella cancellazione della prima persona (né potrebbe essere altrimenti per l’artista e teorico della cancellatura), ridotta a presenza fantasmatica nella serie di testimonianze firmate (ma scopertamente apocrife) che compongono il testo. Rifratto nelle impressioni discordanti e inessenziali di quanti affermano o smentiscono di averlo conosciuto, il soggetto sfugge all’identificazione, in un caleidoscopio che indica il vuoto al centro di ogni progetto autobiografico e invita il pubblico a diffidare delle proprie attese: perché, come dice Isgrò, “quel che lo spettatore cerca non è in quello che vede”.

L'Avventurosa Vita di Emilio Isgrò

FIORELLA L
2011-01-01

Abstract

Negli ultimi anni l’autobiografismo ha conosciuto un livello di sperimentazione senza precedenti, che ha messo in discussione tanto i presupposti teorici quanto i procedimenti formali consolidati nella tradizione letteraria. In particolare, un nuovo modello teorico di identità relazionale ha superato l’idea di un soggetto come massima autorità sul proprio conto, e si sono moltiplicate le autobiografie allografe, o scritte in collaborazione, in seconda o terza persona. Allo stesso tempo, la fiducia in una scrittura capace di restaurare il passato per interpretare il presente ha ceduto il passo a una nuova nozione di memoria performativa, per cui il ricordo non riproduce ma costruisce e mette in scena il proprio oggetto attualizzandolo in modo sempre diverso a seconda del momento, del contesto e del pubblico. Di questa temperie è espressione L’avventurosa vita di Emilio Isgrò nelle testimonianze di uomini di stato, artisti, scrittori, parlamentari, attori, parenti, familiari, amici, anonimi cittadini, scritta da lui medesimo, presentata come installazione visiva a Milano la prima volta nel 1972 e poi pubblicata come libro d’artista nel 1974: una performance della vita che dello spettacolo di sé registra solo l’effetto che ha sul pubblico. L’opera esiste cioè nella cancellazione della prima persona (né potrebbe essere altrimenti per l’artista e teorico della cancellatura), ridotta a presenza fantasmatica nella serie di testimonianze firmate (ma scopertamente apocrife) che compongono il testo. Rifratto nelle impressioni discordanti e inessenziali di quanti affermano o smentiscono di averlo conosciuto, il soggetto sfugge all’identificazione, in un caleidoscopio che indica il vuoto al centro di ogni progetto autobiografico e invita il pubblico a diffidare delle proprie attese: perché, come dice Isgrò, “quel che lo spettatore cerca non è in quello che vede”.
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