Nella sua fase ‘australiana’, e cioè da Elizabeth Costello (2003) a Summertime (2009) – tralasciando The Life of Jesus, appena pubblicato – Coetzee sembra aver virato in senso decisamente anti-narrativo verso un’ibridazione di saggistica e autofinzione, e non sempre con risultati del tutto convincenti. Diary of a Bad Year, ad esempio, è un testo che drammatizza la difficoltà di ‘essere e fare l’intellettuale e l’uomo’ in questi tempi e ad un’età avanzata, e lo cristallizza graficamente su una pagina divisa in tre (a volte due) fasce orizzontali, in una progressione freudiana e dostoevskiana. Freudiana, perché nella fascia superiore si trovano le ‘opinioni forti’ (brevi scritti d’impianto pamphlettistico) di John C., mentre in quelle inferiori si narra della meschinità e della solitudine dell’uomo che quei testi scrive, e di una passione senile che lo trasforma in una caricatura. Dostoevskiana, perché da vero uomo del sottosuolo, John C. svela l’insieme di ragioni non sempre nobili che presiedono alla sua scrittura e alle sue scelte di vita; e perché proprio nel sottosuolo di una lavanderia incontra il civettuolo oggetto della sua passione, cui affida un dostoevskiano lavoro di dattilografa – mentre J.M. Coetzee le affida il ruolo di lettore implicito. La strategia non è del tutto nuova (si pensi a Mobius The Stripper, 1974, di Gabriel Josipovici), ma è di faticosissima lettura anche per un pubblico esperto al di là della tripartizione, perché in corso d’opera cambiano le regole, per cui alle opinioni forti se ne sostituiscono di ‘morbide’, influenzate dai sommovimenti nelle fasce inferiori, mentre dal sottosuolo la dattilografa e il suo compagno si affacciano a tratti ai piani superiori. Di questa dinamica si rende conto nel saggio, e si tenta un bilancio dell’intero esperimento tenendo presente anche il forte rapporto di intertestualità con Slow Man (2005).

Diary of a Bad Year (2007): l’ultimo Coetzee fra saggio e autofinzione

Lucia Fiorella
2014

Abstract

Nella sua fase ‘australiana’, e cioè da Elizabeth Costello (2003) a Summertime (2009) – tralasciando The Life of Jesus, appena pubblicato – Coetzee sembra aver virato in senso decisamente anti-narrativo verso un’ibridazione di saggistica e autofinzione, e non sempre con risultati del tutto convincenti. Diary of a Bad Year, ad esempio, è un testo che drammatizza la difficoltà di ‘essere e fare l’intellettuale e l’uomo’ in questi tempi e ad un’età avanzata, e lo cristallizza graficamente su una pagina divisa in tre (a volte due) fasce orizzontali, in una progressione freudiana e dostoevskiana. Freudiana, perché nella fascia superiore si trovano le ‘opinioni forti’ (brevi scritti d’impianto pamphlettistico) di John C., mentre in quelle inferiori si narra della meschinità e della solitudine dell’uomo che quei testi scrive, e di una passione senile che lo trasforma in una caricatura. Dostoevskiana, perché da vero uomo del sottosuolo, John C. svela l’insieme di ragioni non sempre nobili che presiedono alla sua scrittura e alle sue scelte di vita; e perché proprio nel sottosuolo di una lavanderia incontra il civettuolo oggetto della sua passione, cui affida un dostoevskiano lavoro di dattilografa – mentre J.M. Coetzee le affida il ruolo di lettore implicito. La strategia non è del tutto nuova (si pensi a Mobius The Stripper, 1974, di Gabriel Josipovici), ma è di faticosissima lettura anche per un pubblico esperto al di là della tripartizione, perché in corso d’opera cambiano le regole, per cui alle opinioni forti se ne sostituiscono di ‘morbide’, influenzate dai sommovimenti nelle fasce inferiori, mentre dal sottosuolo la dattilografa e il suo compagno si affacciano a tratti ai piani superiori. Di questa dinamica si rende conto nel saggio, e si tenta un bilancio dell’intero esperimento tenendo presente anche il forte rapporto di intertestualità con Slow Man (2005).
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