Se le maggiori distopie del Novecento sono tetri incubi d’ordine, d’implacabili meccanismi repressivi nelle mani di oligarchie dispotiche, la fine del secolo vede il prevalere di apocalittiche visioni di entropia politico-sociale e collasso morale, capaci di portare non solo a un’assurda sofferenza universale, ma finanche all’estinzione della stessa vita sul pianeta (come in Cat’s Cradle [1963] di Kurt Vonnegut). Al mutare della forma si accompagna anche un cambiamento di tono, con l’affiorare di un umorismo nero che tradisce il senso di impotenza di fronte a un deragliamento che pare connaturato all’essere umano, e che sul piano della retorica si esprime (anche) nel recupero ironico di modalità di narrazione anacronistiche e in parodie serie di testi fondativi della cultura occidentale. Mi riferisco ad esempio allo skaz veterotestamentario dell’ignoto narratore in prima persona plurale dell’Ensaio sobre a Cegueira (1995) di José Saramago, e in particolare alle riflessioni metalinguistiche che scandiscono la discesa nella barbarie dei suoi protagonisti senza nome, o con un nome-cartello; e penso all’evidente parodia del mito di Babele in High Rise (1975) di J.G. Ballard, filtrata dalla lezione del Golding di Lord of the Flies (1954), opera cruciale nella svolta comica del modello distopico, che nell’aberrazione dei giochi di guerra dei piccoli replica le terribili dinamiche del mondo ‘grande’. Ma quel che in Lord of the Flies si fa sguardo impietrito e dolente, in Saramago e Ballard si trasforma in riso disgregante ed entropico, che nel paradosso mette comunque a segno l’intenzione critica.

Umorismo e distopia. Il riso entropico in Saramago e Ballard

Lucia Fiorella
2016

Abstract

Se le maggiori distopie del Novecento sono tetri incubi d’ordine, d’implacabili meccanismi repressivi nelle mani di oligarchie dispotiche, la fine del secolo vede il prevalere di apocalittiche visioni di entropia politico-sociale e collasso morale, capaci di portare non solo a un’assurda sofferenza universale, ma finanche all’estinzione della stessa vita sul pianeta (come in Cat’s Cradle [1963] di Kurt Vonnegut). Al mutare della forma si accompagna anche un cambiamento di tono, con l’affiorare di un umorismo nero che tradisce il senso di impotenza di fronte a un deragliamento che pare connaturato all’essere umano, e che sul piano della retorica si esprime (anche) nel recupero ironico di modalità di narrazione anacronistiche e in parodie serie di testi fondativi della cultura occidentale. Mi riferisco ad esempio allo skaz veterotestamentario dell’ignoto narratore in prima persona plurale dell’Ensaio sobre a Cegueira (1995) di José Saramago, e in particolare alle riflessioni metalinguistiche che scandiscono la discesa nella barbarie dei suoi protagonisti senza nome, o con un nome-cartello; e penso all’evidente parodia del mito di Babele in High Rise (1975) di J.G. Ballard, filtrata dalla lezione del Golding di Lord of the Flies (1954), opera cruciale nella svolta comica del modello distopico, che nell’aberrazione dei giochi di guerra dei piccoli replica le terribili dinamiche del mondo ‘grande’. Ma quel che in Lord of the Flies si fa sguardo impietrito e dolente, in Saramago e Ballard si trasforma in riso disgregante ed entropico, che nel paradosso mette comunque a segno l’intenzione critica.
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