L’onda lunga schumpeteriana e le fasi di distruzione creativa, con la teoria delle ondate tecnologche, spiega in parte i motivi che hanno portato alla stagflazione, accompagnata da apertura della forbice dei salari, potere d’acquisto in calo, e disoccupazione cronica non congiunturale con deindustrializzazione nei paesi OCSE. La crisi energetica dal 1973, le ipotesi su baby boom e maturità dello sviluppo, lo spostamento dei salari industriali verso il terziario a più lenta crescita della produttività tecnologica, la ricerca di stabilità nei bilanci di stato anche contro la piena occupazione, non bastano a spiegare il processo di crisi che con la globalizzazione delocalizza verso lavoro a basso costo in paesi lontani grazie ai bassi costi di trasporto del prodotto finito. La crisi del paesaggio urbano in Italia, dopo gli effetti del dopoguerra e dello sviluppo incrementale, richiederebbe interventi decisi di valorizzazione dei contesti. Le condizioni sopra esposte sembrano però impedirlo, almeno fin tanto che nuove fonti energetiche non ri-accelerino potentemente ma pericolosamente, forse proprio a causa della loro democratizzazione, il mercato e le trasformazioni degli assetti e delle attività, portando a fenomeni di selezione e rottamazione del costruito. Il contributo non darà risposte ma si propone di individuare domande atte a sollecitare la riflessione su politiche e prassi urbanistiche opportune per il superamento dell’impasse formale e sostanziale di fronte al quale si trovano le città nel nostro Paese. Per questa economia, quali sono gli effetti formali attesi sulla città europea ed italiana, quali le azioni strategiche di contenimento degli effetti della crisi e di eventuale rilancio e quali le scelte pianificatorie possibili? E’ evidente che ad un’economia in flessione possano corrispondere un paesaggio e un ambiente in deterioramento. Vale ancora la pianificazione olistica? Oppure si dovrà gioco forza abbandonarla e ritirarsi nei castella in favore di una pianificazione per progetti, per parti, per subsistemi o per settori? Le buone pratiche e la pianificazione complessa rischiano anch’esse di essere un palliativo?

Crisi del paesaggio urbano in Italia e riflessione sulle possibilità di rilancio dopo la stagflazione

PEDROCCO, Piero
2008

Abstract

L’onda lunga schumpeteriana e le fasi di distruzione creativa, con la teoria delle ondate tecnologche, spiega in parte i motivi che hanno portato alla stagflazione, accompagnata da apertura della forbice dei salari, potere d’acquisto in calo, e disoccupazione cronica non congiunturale con deindustrializzazione nei paesi OCSE. La crisi energetica dal 1973, le ipotesi su baby boom e maturità dello sviluppo, lo spostamento dei salari industriali verso il terziario a più lenta crescita della produttività tecnologica, la ricerca di stabilità nei bilanci di stato anche contro la piena occupazione, non bastano a spiegare il processo di crisi che con la globalizzazione delocalizza verso lavoro a basso costo in paesi lontani grazie ai bassi costi di trasporto del prodotto finito. La crisi del paesaggio urbano in Italia, dopo gli effetti del dopoguerra e dello sviluppo incrementale, richiederebbe interventi decisi di valorizzazione dei contesti. Le condizioni sopra esposte sembrano però impedirlo, almeno fin tanto che nuove fonti energetiche non ri-accelerino potentemente ma pericolosamente, forse proprio a causa della loro democratizzazione, il mercato e le trasformazioni degli assetti e delle attività, portando a fenomeni di selezione e rottamazione del costruito. Il contributo non darà risposte ma si propone di individuare domande atte a sollecitare la riflessione su politiche e prassi urbanistiche opportune per il superamento dell’impasse formale e sostanziale di fronte al quale si trovano le città nel nostro Paese. Per questa economia, quali sono gli effetti formali attesi sulla città europea ed italiana, quali le azioni strategiche di contenimento degli effetti della crisi e di eventuale rilancio e quali le scelte pianificatorie possibili? E’ evidente che ad un’economia in flessione possano corrispondere un paesaggio e un ambiente in deterioramento. Vale ancora la pianificazione olistica? Oppure si dovrà gioco forza abbandonarla e ritirarsi nei castella in favore di una pianificazione per progetti, per parti, per subsistemi o per settori? Le buone pratiche e la pianificazione complessa rischiano anch’esse di essere un palliativo?
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